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Delle gioie e delle passioni (spiegazione/Zarathustra)

In italiano il titolo è "Delle gioie e della passioni", in tedesco, invece, suona in questo modo: "Von den Freuden und Leidenschaften". "Leidenschaft" significa sofferenza. Lampert spiega che la prima parte del discorso di Zarathustra si riferisce alla gioia della virtù e la seconda parte alla sofferenza derivata dalla separazione delle virtù.

Nelle prime righe si legge della virtù. Si parla prima di una virtù propria ad ogni individuo, che lo contraddistingue, poi ci si appella alla comunione della virtù. Quando l'uomo vanta la propria virtù e gli assegna un nome, osserva Zarathustra, essa comincia a diventare qualcosa che accomuna lui e gli altri.

Nel passaggio successivo Zarathustra torna sul tema dell'unicità e della proprietà. Sembra contrapporre un proprio bene ad un bene comune. Egli preferisce la propria virtù, come uccello che costruisce il suo nido, al bene comune promesso dalla Chiesa in paradiso.

Qui Zarathustra, in opposizione alla tradizione, non tratta le virtù come dei comandamenti o leggi. Non ci sono virtù comuni che tutti gli uomini devono avere. Non si tratta nemmeno di averle tutte. Ognuno deve avere la propria virtù, quella personale. Dalla virtù dipendono le gioie e le passioni.

Jung sottolinea il fatto che la parola "virtù" viene dal latino "virtus". "Virtus" in latino non ha solo il significato morale, ma anche quello di una specie di potere magico. La virtù di qualcosa è il suo potere. Ogni virtù di ogni persona, proprio per questo, dovrebbe essere personale. È chiaro, però, che Nietzsche ha in mente una nozione di virtù, come qualità di un uomo straordinario, che dimostra la sua superiorità con le qualità del suo carattere. L'uomo con la sua virtù è unico, finché la sua virtù non ha ancora un nome e non l'ha in comune con gli altri. Questo uomo è un uomo solo e indipendente. Dare un nome alla virtù, un nome comune, chiamarla per esempio "giustizia" o "coraggio", vuol dire eliminare ogni elemento di unicità a quella virtù che la rende nostra.

Nietzsche usa l'immagine dell'uccello per descrivere l'uomo con la sua virtù. Jung si interroga molto sull'utilizzo di questa immagine e chiede al suo pubblico che ne pensano sul suo possibile significato. L'immagine dell'uccello spesso è associata a quello dello spirito, il problema è che Nietzsche parla della virtù come virtù della terra e lega questa virtù al corpo. Jung sottolinea il fatto che con la parola "corpo" va intenso, non il corpo materiale, ma il corpo vivente, ossia una specie di corpo sottile. Il problema in Nietzsche è che il filosofo si dichiara materialista, ma spesso usa immagini che vengono dal mondo spirituale ed è difficile pensare l'evoluzione in superuomo in termini strettamente biologici, sapendo che la trasformazione riguarda spesso la psiche. Molti degli uditori delle lezioni di Jung suggeriscono che l'immagine dell'uccello rimanderebbe a quella della resurrezione e Jung stesso la collega a quella della fenice che risorge dalle ceneri.

Nel passaggio sull'uccello che costruisce il nido compare anche un riferimento a delle uova d'oro, riferimento che in tedesco suona con la seguente frase: "nun sitze er bei mir auf seinen goldnen Eiern." (ora siedo presso di me sulle sue uova d'oro). "Golden Eiern" sono le uova d'oro e certamente si riferiscono alla ricchezza, ma, come sottolinea Jung, non è una ricchezza materiale, ma spirituale. Le uova d'oro sono il valore più alto.

In seguito Zarathustra afferma che le virtù nascono spesso dalle sofferenze. Nel cuore è posta la meta più alta delle sofferenze, perché queste sofferenze diventeranno gioie e virtù. Usando un'altra metafora Zarathustra paragona la trasformazione del dolore in virtù con l'immagine di cani selvaggi in cantina che si trasformano (verwandeln) in uccelli cantanti.

La virtù non è il dovere, non è una via verso il Paradiso. Zarathustra non dice: fate i buoni, che avrete il regno dei cieli! Egli continua a rivolgersi sempre al singolo.

Leo Strauss spiega il ragionamento di Nietzsche sulle virtù in questo modo: siccome le virtù appartengono al corpo, necessariamente devono essere passioni. Questa concezione della virtù è di origine moderna e si oppone alla concezione della filosofia antica. Secondo Platone l'uomo virtuoso è l'uomo che sa dominare le proprie passioni, esattamente come l'auriga domina i suoi cavalli. Nella filosofia moderna, tuttavia, l'immagine della virtù viene trasformata. Virtuosa è quella passione positiva che controbilancia quella negativa. Questa tesi è stata sostenuta da Spinoza, ma certamente Nietzsche per tutta una serie di aspetti è vicino a Spinoza.

Jung, invece, cerca di spiegare il legame tra le virtù e le passioni, mettendo in relazione le virtù con il suo contrario: i vizi. I vizi nascono dalle passioni. Tuttavia una virtù portata all'esagerazione diventa un vizio. Jung cita, ad esempio, il caso della compassione.

Secondo Strauss Nietzsche connette la virtù al Sé e non tanto all'ego. La virtù infatti concerne l'individuo ed è, osserva Strauss, una passione sublimata. Quindi qui entra in gioco il tema freudiano della "sublimazione". Secondo Leo Strauss Freud avrebbe ripreso il tema proprio da Nietzsche, ma esistono delle differenze: Nietzsche è sempre consapevole della connessione tra sublimazione e sublime, mentre Freud no. Strauss spiega che il superamento dell'ego nel Sé conduce in Nietzsche alla dottrina delle virtù, ma le virtù sono sempre in conflitto tra di loro e qui non c'è ragione che tenga.

Un uomo felice, afferma Zarathustra, ha una sola virtù. Avere molte virtù è eccellente, ma comporta un grande peso. Le virtù, inoltre, sono in guerra le une con le altre, sempre invidiose delle altre e in continuo tentativo di essere le prime rispetto alle altre. La fiamma della gelosia porta l'uomo ad avvelenarsi da solo, come lo scorpione che colpisce se stesso con il suo aculeo avvelenato.

In questo passaggio si nota un elemento interessante: il tema del conflitto tra le virtù non è un tema completamente nuovo ed era già stato menzionato nella sezione Delle cattedre delle virtù. In quel capitolo troviamo questo passaggio:

«E anche quando si hanno tutte le virtù, bisogna saper fare una cosa: mandare a dormire al momento giusto anche le virtù. Affinché non bisticcino tra loro, le brave femminucce! E a tue spese, disgraziato!» (Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano, 2013, p.25)

Adesso leggiamo in questo capitolo:

«Ogni virtù è gelosa dell'altra, e la gelosia è una cosa terribile. Anche le virtù possono perire di gelosia.» (Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano, 2013, p.34)

Chi ha molte virtù, come voleva del resto il maestro del sonno, si trova nella condizione del cammello del deserto, nella condizione della prima metamorfosi. Questa forma dello spirito non ha ancora superato il dovere, non ha ancora ucciso il drago del deserto per diventare pienamente padrone di se stesso.

Tuttavia le virtù sono in conflitto tra di loro, per questo è meglio averne una sola. Ma quando l'uomo ne ha molte e sono in guerra, ecco che l'uomo deve cercare di comandare sulle sue virtù. Tuttavia questo non funziona e spesso Nietzsche critica tutti quelli che credevano con la morale di tiranneggiare su se stessi, sui propri istinti. Lampert sostiene che Zarathustra afferma la necessità per l'uomo di superare questa forma di autocontrollo, cercando di amare le virtù.

È chiaro che avere molte virtù, dice Jung, comporta dei conflitti interni. Immaginate un uomo che pretende di essere tante cose, di seguire tanti precetti. Quest'uomo si troverà spesso in contraddizione con se stesso, impossibilitato ad assecondare due virtù contemporaneamente. La virtù, inoltre, spiega Jung, è una questione di natura, non di merito. Se si nasce con ottime doti musicali, questo non è un merito, fa parte della nostra costituzione.

Il testo si conclude con la seguente frase:

«L'uomo è qualcosa che deve essere superato: e perciò devi amare le tue virtù, - giacché di esse perirai.» (Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano, 2013, p.34)

Si noti che in tedesco "perirai" è inteso con la formula "zu Grunde gehen", ossia "andare a terra". Spesso in Nietzsche troviamo il verbo "untergehen" nel senso di tramontare. Questa forma di morte di cui parla Nietzsche ora è il tramonto, perché ogni cosa che deve essere superata (überwunden) deve tramontare.

L'uomo che è in preda alla gelosia rischia di avvelenare se stesso. Le virtù sono gelose le une delle altre (le brave femminucce!), dunque le virtù tendono uccidere chi le porta. La lotta interna l'uomo, lotta delle passioni che regna nel Sé e di cui l'io è solo strumento, uccide l'individuo. Tuttavia, afferma Nietzsche, proprio questo è necessario affinché sorga il superuomo. Jung spiega che l'immagine dell'uomo ucciso dal conflitto delle sue virtù è tipicamente cristiana e coincide con quello del Cristo sulla croce.