tarantole

Delle tarantole (Zarathustra/spiegazione)

All’inizio del capitolo Zarathustra presenta la tarantola come un animale scuro con lo stemma di un triangolo. La tarantola nella sua vita passa il tempo a mordere e tessere ragnatele, essa cerca la vendetta. La tarantola è un animale che si annida nella sua tana per sbucare e successivamente per mordere la sua vittima iniettando il suo veleno.

Secondo la leggenda la tarantola, iniettando il veleno, fa venire le vertigini e induce alla danza la persona che è vittima del suo morso. Ma questa è solo una leggenda. Anche il fatto che ci sia un triangolo sul dorso della tarantola non è assolutamente vero. Si tratta di un errore di Nietzsche che non ha mai visto realmente una tarantola. Jung, sostiene, che sia possibile che Nietzsche confonda la tarantola con il Kreuzspinner, ossia quel ragno che porta una croce sul dorso. Tuttavia, anche se non c’è alcun triangolo sul dorso della tarantola, è chiaro che il triangolo è comunque un simbolo che Nietzsche decide di inserire. Cosa vuol dire questo triangolo? Sarebbe più facile interpretarlo se sapessimo il verso del triangolo, ossia se la punta sta sopra o se il triangolo è rovesciato. In effetti, nota Jung, secondo l’alchimia, nel primo caso avremo il simbolo del fuoco e nel secondo dell’acqua. Tuttavia Jung pensa che il triangolo sia un simbolo della Trinità, il quale, una volta posto sul dorso della tarantola, diventa un simbolo maligno e oscuro. Io personalmente penso che possa anche collegarsi con il tema successivo dell’uguaglianza. Se il triangolo, ad esempio, rappresentasse la piramide sociale e fosse rovesciato, sarebbe proprio il simbolo di quelle persone che, volendo l’uguaglianza, intendo sovvertire l’ordine sociale delle classi. Comunque, se sapessimo qualche dettaglio in più su questo triangolo, come se lo rappresentava Nietzsche, magari potremmo dare un’interpretazione ancora migliore di quello che è chiaramente un simbolo inconscio.

La taratola, si scopre, per Zarathustra, non è altro che il segno dell’uomo che vuole a tutti i costi l’uguaglianza. Questi uomini vogliono che gli altri siano uguali a loro e per questo cercano vendetta. Una vendetta che loro stessi chiamano ‘giustizia’. Jung pensa che queste tarantole possano anche, in qualche modo, rappresentare le canaglie del capitolo precedente. Inoltre Jung pensa che questo discorso delle tarantole preannunci i collettivismi del novecento.

Secondo Lampert qui vediamo due modelli di giustizia scontrarsi uno contro l’altro: la giustizia come uguaglianza e la giustizia come inuguaglianza. Il primo punto di vista vede la vendetta come un modo per riportare l’inuguaglianza all’uguaglianza. Ma Nietzsche crede nell’inuguaglianza perché gli uomini nascono ineguali, nella misura in cui ognuno ha le proprie qualità: vi sono persone più forti, altre più intelligenti, ecc. La volontà di uguaglianza secondo Nietzsche è deleteria perché porta gli uomini a non desiderare di superare se stessi. Questa volontà di uguaglianza, ad ogni modo, è tipica del cristianesimo ed è proprio la filosofia cristiana l’oggetto della critica di Nietzsche.

Nietzsche gioca spesso con il verbo rachen (vendicarsi) e la parola gerecht o Gerechtigkeit (giusto o giustizia). La giustizia non è qui vera perché parte sempre da una sete di vendetta e da una forma di rancore. Nietzsche critica chiunque nel nome della giustizia cerca solamente la vendetta nei confronti del criminale. Questo già lo si era visto nel pallido delinquente. Ma proprio questi uomini che cercano la vendetta sono definiti “die Guten und Gerechten” (i buoni e i giusti).

Tutti questi uomini sono mossi da invidia o gelosia per tutti quelli che stanno sopra di loro, per gli uomini che hanno potenza.

Diffidate, dice Zarathustra, da tutti questi che si appellano alla giustizia, che vogliono fare i giustizieri e dicono di essere i buoni e i giusti.

Qui torna la critica all’uomo buono, al moralista. Ma cosa è il bene? Il bene è ciò è utile alla vita, questo è il bene per Nietzsche. Male è solo ciò che è nocivo per la vita. Male è anche la tarantola perché certamente con la sua sete di vendetta nuoce alla vita. Ma non bisogna rispondere alla vendetta con la vendetta, altrimenti si fa il gioco della tarantola: un gioco dove ci si morde a vicenda.

Alcuni dei predicatori della vita erano tarantole che stavano nella loro tana e allo stesso tempo sono diventati predicatori di morte. Odiano quelli che hanno la potenza. Zarathustra non è certamente uno che cerca l’uguaglianza: altrimenti perché predicare il superuomo?

Qui Nietzsche contrappone la Wille zur Gleichheit (volontà di uguaglianza) alla Wille zur Macht (la volontà di potenza). Mentre parla dell’istinto delle tarantole come di un Tyrannen-Wahnsinn der Ohnmacht (“demenza tirannica dell’impotenza”).

Certamente il superuomo è superiore sotto diversi aspetti. Proprio il superuomo è il superamento dell’umano verso un uomo che costruisce i suoi valori, che ama la vita, sopporta il dolore, accetta il suo fato e non vuole altra cosa che la sua potenza. Il massimo sviluppo dell’individuo, dice Leo Strauss, implica la disuguaglianza. Mentre chi vuole l’uguaglianza usa la vendetta, ma brama il potere.

La vita, infatti, non è nata per stare dove si è, nemmeno semplicemente per ripetersi. No, la vita vuole salire, vuole sempre superare se stessa (das Leben sich immer wieder selber überwinden muss). Questo è l’impulso naturale della vita che dovremmo tenere sempre attivi in noi. Il problema nasce quando questo impulso si spegne, quando decidiamo di smettere di combattere, perché la vita è lotta e affermazione di potenza.

Dove c’è potenza, osserva Zarathustra, c’è disuguaglianza. Noi dobbiamo imparare non solo ad essere amici, ma anche ad essere nemici. Questo, appunto, perché la vita è lotta.

Quando parla di lotta e nemici Nietzsche fa riferimento proprio alla contesa o lotta tra contrari tipica della filosofia di Eraclito, lo si vede in questo passaggio: wie mit Licht und Schatten sie wider einander streben, dove si parla dell’eterna lotta tra la luce e le tenebre.

Zarathustra ha combattuto le tarantole, ma ora deve cedere. Zarathustra è stato morso anche lui dalla tarantola al dito. Ora chiede di essere legato ad una colonna, come a voler diventare un santo stilita. Anche se Zarathustra dovesse danzare, non vorrebbe mai ballare per il morso di una tarantola.

Il primo riferimento alla colonna sicuramente ricorda l’episodio in cui Ulisse si fece legare all’albero maestro per poter udire il canto delle sirene. Secondo Lampert in questo caso Zarathustra non vuole cedere al dolce canto di vendetta delle tarantole e perciò chiede ai discepoli di farsi legare alla colonna. Mentre per quanto riguarda il riferimento alla danza, sembra un rimando alla tarantella. Nietzsche, in effetti, ha frequentato molto l’Italia e la tarantella si chiama così proprio perché rimanda al morso del ragno. Una donna che danza, quasi posseduta, perché morsa dalla tarantola.

Quando Zarathustra parla delle vertigini dell’anima provocate dalla tarantola usa l’espressione “meine Seele drehend”, dove “drehen” significa ruotare. Anche quando dice che non vuole essere preso dalla vertigine usa il verbo drehen. Ma questo ruotare ci offre un’altra prospettiva non appena nelle righe successive si parla di tanzen (ballare). Lo ruotare nelle vertigini, dunque, ci appare come una forma di ballo. I dervisci, ad esempio, ballano ruotando su se stessi.