mondo-dietro

Di coloro che abitano un mondo dietro il mondo (spiegazione/Zarathustra)

Zarathustra, infatti, è il padre dello zoroastrismo, una delle prime religioni non politeiste, ma dualiste. Il pensiero di Zarathustra allora era dell'esistenza del bene e del male come due forze contrapposte rappresentate da Aura Mazda e Angra Maniuu. Zarathustra ammette di aver creduto che il mondo attuale, quello in cui viviamo, è solo fumo, una semplice illusione, riflesso imperfetto di chissà quale altra realtà. Chi ha creato questo mondo doveva essere un dio sofferente, un dio che come tutti i sofferenti non voleva guadare a se stesso, alle sue sofferenze. Così il dio ha creato il mondo: una perfetta illusione.

Sul titolo ci sono un paio di cose da dire, si tratta di interessanti osservazioni di Leo Strauss. In tedesco il titolo è stato reso con "Von den Hinterweltern". "Hinter" in tedesco significa "dietro", mentre "Welt" è il mondo. In Inglese il titolo è stato tradotto con "On the Afterwordly", ma "after" non vuol dire "dietro", bensì "dopo, successivo". In inglese dietro si dice con la parola "behind". Tuttavia, osserva Strauss, in tedesco, nell'opera originale di Nietzsche, il titolo suona: "Von den Hinterwäldern". "Wald" in tedesco è la foresta. In inglese l'espressione tedesca è intesa da Leo Strauss come "the man from the backwoods". "Backwoods" è un termine inglese che si usa per indicare delle aree rurali arretrate o lontane dalla civiltà. Secondo Strauss "afterworld" andrebbe collegato alla creazione divina. Dio è sommamente perfetto e la sua creazione non può esserlo quanto lui. Zarathustra, tuttavia, non dice che il creatore è perfetto poiché ha creato il mondo, dice piuttosto che il creatore è imperfetto proprio perché la sua creazione è imperfetta. Nietzsche, chiaramente, non direbbe mai che Dio ha creato l'uomo e il mondo, egli afferma piuttosto che è l'uomo ad aver creato Dio. L'uomo che ha creato Dio è un sofferente. Solo un uomo che soffre può sentire la necessità di un aiuto dall'alto.

Anche Jung si sofferma sul titolo di Nietzsche: "Von den Hinterwäldern". "Hinterwäldern" indica una serie di persone che non vivono nel mondo contemporaneo. L'occidente dell'800' è segnato da una particolare svolta materialista, alla quale sembra che Nietzsche aderisca pienamente, seppure con delle differenze. Dunque questo paragrafo si riferisce a chi ancora non ha visto e nemmeno vissuto questa svolta dell'occidente. Questo uomo vive lontano dalla civiltà e conserva tante credenze del passato dell'umanità. Questo uomo, il "backwoodsman", certamente non conosce la morte di Dio. Potrà forse essere anche quel santo anacoreta del Prologo?

Zarathustra afferma di aver immaginato che questo mondo fosse opera di un Dio sofferente, di un Dio che non era capace semplicemente di vivere solo con se stesso, ma che ha sentito la necessità di produrre questa illusione. A che Dio sta facendo riferimento Zarathustra? Nella religione cristiana la trinità è composta da tre elementi: il padre, il figlio e lo spirito santo. Il sofferente, per i cristiani, è necessariamente Gesù Cristo. Tuttavia Gesù Cristo non è chiaramente un Dio che ha creato un mondo. Dunque Zarathustra non sta pensando al cristianesimo nella sua accezione cattolica, protestante o ortodossa. Come nota Jung, Zarathustra ha in mente un Dio gnostico. Secondo gli gnostici il mondo non è opera di Dio, ma è pura opera del diavolo. Si veda, ad esempio, il Funesto demiurgo di Cioran, per quanto riguarda un equivalente filosofico. Tuttavia, certamente Nietzsche conosceva molto bene Schopenhauer ed è molto probabile, come traspare anche nel testo di Jung, che avesse in mente la Volontà di Schopenhauer come esempio di Dio sofferente che crea un mondo illusorio. Ma la cosa non finisce qui: si pensi per esempio ai riferimenti al vino e all'ebbrezza, quando Nietzsche dice: "Un ebbro piacere è per il sofferente non guardare le proprie sofferenze e perdere se stesso. Un piacere ebbro e non una perdita di sé stesso mi sembrò un tempo il mondo." (Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano, 2013, p.27) Da questo passaggio si sarebbe tentati a pensare che il dio è Dioniso, il dio che con ebbra immaginazione crea il mondo. Ma Dioniso, ci ricorda Jung, è un dio che molto probabilmente viene dall'India, in particolare dal dio Shiva, il dio che danza.

L'imperfezione di questo mondo ha condotto molti a credere che questo non è il mondo migliore tra quelli possibili e soprattutto dovevano esistere mondi più perfetti di questo. La prima cosa che desidera il sofferente è cessare di soffrire, ma la fine del suo dolore non può che trovarsi fuori da questo mondo. Abbiamo immaginato un al di là per i sofferenti, come consolazione a quelli che non hanno avuto nulla nella vita. Le religioni in generale hanno sempre rappresentato questo mondo come menzognero e falso, come una perfetta illusione. Il mondo è transitorio, noi viviamo qui, ma siamo destinati ad altre terre più perfette. La speranza è stata uno strumento di ricatto per chi ha perso le speranze in questa terra. Ci si è lamentati della contraddizione, dell'imperfezione, della finitudine delle cose. Per questi motivi si è condannato questo mondo come falso. Allora tutti hanno cercato un mondo vero o la cosa in sé.

In questo processo sono coinvolte le religioni tanto quanto la filosofia. Il cristianesimo, ripete più volte Nietzsche, è solo platonismo per il popolo. Dunque la questione è più antica: comincia con Platone. Platone ha detto che il fine del filosofo è quello di morire in vita, ossia di distaccarsi completamente dal corpo. L'anima, secondo Platone, è caduta da un mondo di forme ed idee. Essa non desidera altro che tornarci. L'uomo anela psicologicamente ad un mondo ideale, un mondo che esiste praticamente solo nella sua immaginazione, ma egli lo pensa più reale del mondo che ha di fronte. I filosofi hanno condannato questo mondo come falso perché in perenne divenire, completamente contraddittorio e non stabile. Tutto il mondo si è rivelato al filosofo come qualcosa di essenzialmente prospettico. Se non avessimo i sensi e una coscienza per percepirlo, come potremmo dire che esiste? che prove avremmo dell'esistenza del mondo? Nietzsche, rispetto a tutto questo, non è un realista che obbietta che il mondo attuale è reale. Egli è un antimoralista che critica la condanna morale dell'illusione. L'illusione, il dato sensoriale, il mondo in prospettiva, sono le uniche cose che abbiamo. Nietzsche piuttosto si interroga della condanna morale dell'illusione. Il fatto che noi preferiamo il vero alla menzogna, secondo Nietzsche, dipende dal fatto che noi consideriamo il falso come qualcosa di immorale e cattivo. È il tu non devi mentire della morale l'elemento che si nasconde dietro ogni pregiudizio sul falso.

Il mondo al di là del mondo è tante cose: il paradiso, l'al di là, il mondo delle idee, il terzo regno del senso, il noumeno kantiano. Kant ha detto che la realtà empirica si dà solo come fenomeno al soggetto e della realtà in sé non possiamo sapere nulla. Per Nietzsche che esista una realtà in sé è la vera illusione. La cosa in sé è proprio quel mondo gettato oltre il velo di Maya.

Successivamente Zarathustra racconta della sua trasformazione: egli è cambiato, non è più il sofferente di prima, infatti è andato oltre se stesso. Qui compare un riferimento alle parole del santo del prologo. Il santo aveva detto:

«Portavi la tua cenere sul monte: oggi vuoi portare nelle valli il tuo fuoco? Non temi i castighi contro gli incendiari?» (Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano, 2013, p.4)

Ora Zarathustra afferma:

«Ahimè, fratelli, il dio che io creai era opera e illusione d'uomo, come tutti gli dei! Uomo egli era, e appena un frammento misero di uomo e di io: questo spettro venne a me dalla mia stessa cenere e brace, e -davvero!- non dall'al di là, esso venne a me! Ma che accadde, fratelli? Io superai me stesso, il sofferente, io portai la mia cenere sul monte, una fiamma più chiara inventai io per me. Ed ecco! Lo spettro si dileguò ai miei occhi!» (Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano, 2013, p.27)

Di che spettro sta parlando Zarathustra? Egli si riferisce a Dio, Dio in quanto creazione dell'uomo. Dio è tanto reale quanto quell'immagine che ogni tanto vediamo nel fumo, quando esso appare assumere una certa forma. Secondo Jung il problema a monte in questo discorso, su se Dio abbia creato l'uomo o il contrario, sta nella totale assenza di un'esperienza vera di Dio da parte della maggioranza dei credenti. Come credono molti uomini spirituali e saggi, solamente se hai un'esperienza di qualcosa, ha un senso che ci credi. La maggior parte della gente non ha alcuna esperienza spirituale. Dal punto di vista di chi crede in Dio, ma non ne ha esperienza, Dio è solo un fantasma della mente. Così, infatti, viene trattato Dio da parte di Zarathustra e Nietzsche. Dio è morto perché questo fantasma si è dileguato, essendo che la credenza dell'uomo non poggiava su una solida esperienza mistica. Lo spettro "kommt aus Asche und Glut", ossia venne dalla cenere e dalla brace. Questo processo è la combustione che, sottolinea Jung, caratterizza il corpo vivente. Dunque il fantasma-Dio è il risultato della combustione, ossia dell'ardere del fuoco. A questo fuoco Zarathustra contrappone una nuova fiamma, di che fiamma si tratta? La nuova fiamma è il superuomo. Zarathustra, quindi, come sottolinea Jung, porta la cenere su quella che potrebbe essere definita "collina della sofferenza" e il primo fuoco è quello della passione. In tedesco sofferenza si dice "Leidenschaft" e a proposito di questo Jung riporta questa espressione: "Leidenschaft ist das was Leid schafft". L'espressione si traduce con "la sofferenza è ciò che crea il dolore". Questa visione, secondo Jung, è tipicamente buddhista e rimanda certamente all'idea secondo la quale la mente crea l'inferno della sofferenza. Molti uomini spirituali credono infatti che la sofferenza non sia qualcosa che dipende semplicemente dal mondo esterno, ma che sia un certo stato mentale, il quale successivamente ci porta nelle situazioni di sofferenza nella vita. Il buddhismo pensa che l'uomo, fintato che desidera e prova passione, certamente è portato alla sofferenza. Zarathustra, in ogni caso, rompe con il fuoco della passione. Egli ha acceso una nuova fiamma, la fiamma chiamata "superuomo". Il superuomo, infatti, se vogliamo che esista, non dobbiamo attenderlo un giorno che venga, dobbiamo noi stessi crearlo e renderlo possibile, così come la fiamma compare da nulla dopo qualche scintilla.

Zarathustra sostiene che sia la sofferenza l'origine di ogni concezione di un mondo dietro al mondo. Il sofferente cercava un po' di sollievo nel pensare che esiste un mondo migliore di questo e che questo mondo gli è stato promesso. L'uomo stanco, stanco di vivere, è l'uomo che desidera un altro mondo al di là di questo. Tuttavia, ci ricorda Zarathustra, è il corpo che dispera del corpo e che dispera della terra. La mancanza di senso è un problema qui, ma Zarathustra vuole degli uomini che creino un senso della terra. Certo che l'esistenza non ha senso, il senso dobbiamo crearlo noi! Noi dobbiamo costruire ponti per il superuomo, il superuomo non è un semplice fato, noi dobbiamo renderlo possibile! L'uomo, tuttavia, osserva Zarathustra, sta come lo struzzo con la testa nella sabbia, quando in realtà pensa di essere in cielo e si immagina i mondi ultraterreni. L'uomo malato, ossia l'uomo che non sa più vivere sulla terra, quell'uomo cerca una strada verso cielo e si inventa strane vie, desideroso di arrivare sulle stelle. Questi uomini malati, riferisce Zarathustra, si immaginano di avere il corpo rapito e di essere in estasi, ma tutto questo dipende sempre dal corpo e dalla terra, mentre loro immaginano di evadere il corpo e la terra.

La risorsa di ogni mondo al di là del mondo, dice Lampert, è il corpo malato. Lampert nota anche i riferimenti al ventre e alla testa nel testo di Nietzsche: si parla di uomini che ascoltano parlare il ventre dell'essere e di uomini con la testa nella sabbia o di questa testa che cerca di raggiungere un mondo al di là del mondo. La pancia rappresenta spesso l'elemento irrazionale ed emotivo, mentre la testa, al contrario, indica la razionalità. Dai tempi moderni il centro è cambiato: non è più Dio, ma è l'io o l'ego. Cartesio, infatti, aveva sostenuto che non esiste cosa più certa del nostro io. Noi non possiamo dubitare della nostra esistenza, altrimenti non potremmo dubitare affatto. Ma chi siamo noi? siamo forse puri spiriti? Ecco che, in un secondo momento, il centro dell'io è spostato dalla mente al corpo. Nietzsche segue questo decentramento, egli certamente non crede nell'esistenza di un'anima incorporea.

Zarathustra contrappone l'io a Dio. L'io è l'ultima essenza dell'essere e Dio non è altro che un'idea dell'uomo. Nietzsche non ha dubbi sull'origine di questa idea. L'uomo ha creato Dio, nel senso della sua immagine mentale di Dio. Esattamente come Zarathustra ha dato origine al suo spettro. Anche gli altri mondi, i mondi dietro al mondo, non sono altro che dei derivati di un ego che soffre. Questa posizione di Nietzsche sull'io viene identificata da Jung nell'individualismo, ossia l'affermazione assoluta dell'individuo. Tuttavia l'io, per Nietzsche, non è uno spirito, ma un attributo del corpo. Quando Zarathustra afferma che non può esistere estasi senza l'aiuto del corpo, dice qualcosa di vero. L'uomo nell'estasi tenta di evadere il corpo, ma proprio per questo, poiché parte dal corpo, non può esserci estasi senza il corpo. L'estasi è l'anima che vive una morte in vita, nel senso del distacco dal corpo. Secondo Nietzsche non c'è alcuna anima, come ho detto, perché l'anima è solo attributo del corpo, dunque non esiste separatamente da esso. Jung su questo osserva che, dal punto di vista empirico, non si è mai vista anima senza corpo, ma solo corpi viventi. Tuttavia, il corpo solo, se è corpo morto, non ha certamente un'anima, dunque manca di qualcosa. Questo qualcosa è stato purtroppo confuso con la mente. In tedesco il termine "Geist" indica indifferentemente sia lo spirito che la mente. Per questo, spiega Jung, lo spirito è stato risolto in pensieri e parole, perdendo la sua natura originaria che aveva per l'uomo.

Un ultima cosa va notata: quando Zarathustra usa l'espressione "blutigen Tränklein". In italiano è tradotto con "bibite di sangue". A cosa si riferisce Zarathustra? Evidentemente sta pensando al sangue di Cristo e dunque alla simbologia cristiana.

Questi uomini religiosi, in realtà, non credono altro che nel corpo, ma il corpo loro è malato e infatti vogliono evadere da esso. Loro sono coloro che negano il corpo. Questa opposizione tra corpo sano e corpo malato attraversa l'opera di Nietzsche, ma è anche l'argomento principale del prossimo capitolo: Dei dispregiatori del corpo.