Cioran

Lacrime e santi di Cioran (Spiegazione/riassunto)

Se si vuole capire questa opera di Cioran bisogna stare bene attenti ai tre poli, che sono la musica, i santi e le lacrime. I tre poli sono intimamente e segretamente legati, la musica è stata legata, come notare Cioran, da Nietzsche il quale affermava l’impossibilità di distinguere tra le due cose; dunque non è possibile immaginare una musica senza lacrime, ogni nota è una goccia sul nostro viso, nelle sinfonie le nostre lacrime sono fiumi. Dalla musica si arriva al divino, oggetto di sinfonie, in fondo la musica è un mezzo per gli uomini per tentare di sfiorare Dio. Le lacrime al contrario sono legate al dolore, ma quelle lacrime per la musica sono lacrime che spesso nascono anche dalla memoria. Del santo invece qui nell’opera sembra essere rappresentato solo l’accanimento contro gli altri uomini, tutto ciò che è materiale, quasi una sua ossessione. Quello sul divino è un accanimento, un odio frenetico, che mostra una ricerca continua, un continuo assalto, una guerra dio trincea tra l’individuo e se non Dio stesso quanto meno la sua idea.  Così abbiamo capito che le lacrime sono legate alla musica, la musica , come nel Messian di Handel si collega al divino, da qui troviamo un legame tra il santo e la musica. Non penso che vi sia alcun legame tra lacrime e santi, quei sono opposti, le lacrime sono il più delle volte gli effetti della memoria, il santo è un accanito, anche contro il tempo e ricordi. Il principio secondo cui è meglio non essere mai nati , rende più vicina ai santi una persona qualunque a mio avviso. Il santo è un grande negatore della carne sempre pronto a interpellare Dio, non smetterà mai di tormentarlo. La lotta Giobbiana con Dio, è uno degli elementi che caratterizzano la filosofia di Cioran, non solo ma è anche uno degli argomenti portanti di questo libro; infatti anche se si parla di santi e mistici, più che altro Cioran è quello che ha in mente, potremmo dire il suo modello quasi. Non smetterà mai Cioran , di interpellare Dio, non tanto per farsi odiare dagli atei, ma proprio perché un quasi un suo vizio, una abitudine  che non perde e che non molla. Solo detto questo si possono capire le sue parole quando dice: 

“ Impossibile amare Dio altrimenti che odiandolo! Se in un processo senza precedenti venisse provato e messo a verbale la sua inesistenza, nulla mai potrebbe sopprimere la rabbia – un miscuglio di lucidità e di demenza – di chi ha bisogno di Dio per estinguere la propria sete d’amore e più spesso di odio. Che cosa è Dio, se non un monumento sul limitare della nostra distruzione? E che cosa importa se esiste o no, se per suo mezzo la nostra lucidità e la nostra follia si bilanciassero e noi ci placheremmo avvinghiandoci a lui con passione assassina?”

( Cioran)

In pratica siamo sempre più vicini a lui più lo odiamo, ma in generale si potrebbe dire ciò di tutto, odio lega molto più di quanto si creda, si pensa che esso disgiunga, ma io non sono mai legato ad una cosa più di quando la odio, infatti se la odio ci penso in continuazione, mi accanisco freneticamente contro di questa, magari inizio a vedere ciò che odio dove non c’è, di qui viene fuori una onnipresenza di ciò che si odia e questo ci consente a elevare quella di Cioran ad una formula che sarà la seguente:

Impossibile amare X altrimenti che odiandolo!

Voi a quella X potete sostituirci la vostra fidanzata, i vostri amici, i parenti, Rudolf Carnap,  quello che volete, ma la formula per il resto rimarrà sempre uguale, al che la si può considerare una formula generale; qui poi non c’entra se X esiste o meno, l’accanimento contro X è sempre tale da renderlo sempre più esistente, insomma dopo potremmo pensarlo reale , così che se Dio è X, anche un ateo che si accanisce contro di lui dovrà ammettere che se la sta prendendo con qualcuno e se questo qualcuno non vi fosse, allora tutti i suoi sforzi sarebbero stati vani per cui totalmente inutili. Saremmo dunque come afferma Cioran arrabbiati se qualcuno ci togliesse l’oggetto del nostro odio, dicendo che non è, in questo caso si tratta di Dio. Alla fine Dio lo si può vedere quasi come una trovato per lo sfogo, non penso che sia così, ma che sia stato utilizzato in tal senso questo non posso negarlo, infatti quando noi non sappiamo dare la colpa noi stessi , non c’ è niente di meglio che incolpare lui, tanto chi lo ha mai visto fulminare qualcuno? Nessuno lo ha mai visto fare, per cui diventa più semplice prendersela non creatore, chi c’è lo ha fatto fare di nascere?, questo ci chiediamo e a lui imputiamo la colpa, tanto è che Dio finisce per essere un genio incompreso, la cui opera è sta rifiutata da tutti mille volte nella vita, me compreso. Questo accanirsi con Dio non è per Cioran , tanto un volerlo affermare, in fondo cosa afferma Cioran in realtà? Forse afferma di non affermare e lo consiglia caldamente a tutti. Il suo spirito è scettico, quasi opposto al mio ma nelle sfumature del suo nero e il mio bianco ci incontriamo nelle sfumatura grigie che stanno in mezzo. Anche in quest’opera Cioran, non si lascia sfuggire qualche affermazione scettica per esempio:

“ Credere nella filosofia è segno di buona salute. Non lo è mettersi a pensare.”  ( Cioran)

Questo accanimento contro il pensiero, manifesta un accanimento contro il ragionamento, che è un tipo di pensiero o una catena di essi, ora da qui ne deriva il fatto che creda che tutte le argomentazioni non sono che forme di volgarità; ogni filosofo  fa sfoggio di grandi teorie, grandi argomentazioni a favore delle proprie tesi e tutto sembra una maschera per difendere le proprie idee. Legarsi alle idee non è da Cioran, se mai combatterle una ad una è più consono alla sua personalità, un voler andare oltre tutto distruggendo tutto, andare oltre se stesso autodistruggendosi. Ecco perché vediamo Cioran parlare spesso di Lao-Tzu, quest’ultimo diceva che vivere era uno sperimentare paradossi, tutto l’intento di Cioran è paradossale, ma viene scusato dal suo scetticismo, se fosse stato un credete nella verità, si dovrebbe pensarlo come un cattivo filosofo , ma non lo è stato, al che si capisce perché si lega in parte Lao-Tzu steso ad un certo scetticismo, che è solo parziale. In fondo quello che per Lao-Tzu era il Tao, per Cioran è il suo vuoto, il suo caro nulla eterno.

“ il nostro essere non è che la rovina di un ricordo immemoriale”  (Cioran)

Degradazione, rovina, decadenza, tutte parole che hanno a che fare con il nostro essere, essere vuol dire decadere rispetto all’indeterminato, così non essere è meglio, anche se non è tutto. Il nostro corpo è una lapide, sotto abbiamo seppellito bene il nostro io a sette metri di profondità e sotto ancora ci sta qualcosa che ci ossessionerà parecchio , proprio perché non sappiamo cosa sia. Non so fino a che punto si possa dire che Cioran sia una persona che ci insegni a scavare nel profondo, forse entra in parte in questo insieme, più che altro ci insegna un atre del rifiuto e dell’indifferenza, rifiuto è una rinuncia a essere che no  è il suicidio, ma può sembrare più il così detto “quietivo della volontà” di Schopenhauer. Così è la distruzione è il motto di Cioran, ma una distruzione silenziosa.

“ Meno si collegano fra loro le idee, più aumentano le probabilità di avvicinarsi alla verità”

( Cioran)

Non può non farci balzare dalla sedia questa affermazione, la quale è una frase contro se stessa, la virgola divide i due schieramenti della frase, da un lato si parla di uno slegare le idee, dall’altro c’è un affermazione di una ricerca della verità; se si vuole unire le due parti e cercare una sintesi dell’affermazione, si finisce per dire che dato che non può- essere una verità che sleghi tute le idee, diciamo che è vero il non vero, quindi che è vero che non vi alcuna verità. Capite che questo è un paradosso, ma lo scettico non ha paura del paradosso o non se ne cura, non trova problematico il paradosso e non considera i paradossi falsi, ma se mai li considera molto più naturali di qualsiasi teoria abbia inventato il tale filosofo. Così se noi ritorniamo a Lao-Tzu, se pensiamo al fatto che vivere sarebbe sperimentare dei paradossi, allora dato che naturale e paradossale sono amici, un’affermazione come quella che dice  che è vero che non vi è verità, non sarebbe un problema per lo scettico, tanto meno per Cioran. Se questa frase provoca, sappiate che è proprio quello che voleva Cioran, in quanto come afferma lui, il suo scopo era anche quello di farsi odiare ( con me non c’è riuscito).

“Perdonerò mai alla terra di avermi contato fra i suoi solo a titolo di intruso?” (Cioran)

È chiaro che qui, è una questione spiritosa, perché è lui che si è nei libri sempre e volutamente reso un intruso, quindi quando leggiamo queste parole non pensiamo che si stia contraddicendo , ma dovremmo pensare che questo sia un tono scherzoso. Oltretutto se questa domanda andasse contro il suo voler essere odioso, non sarebbe un problema per lui in fondo questo non esprimerebbe che l’ennesima paradossalità, data per lui come naturale, se lui non vuole essere, allora forse non bisogna nemmeno prenderlo troppo sul serio quando dice di voler essere odioso. Perché essere? Questa è la domanda ch pone Cioran, forse lui ha già risolto l’enigma di Amleto, infondo tra essere non essere, preferirebbe il non essere credo.

“ Ma la meditazione è l’espressione di una non partecipazione, e in quanto tale di una non tolleranza, di un rifiuto dell’essere” ( Cioran)

Dobbiamo tenere conto che certo la meditazione è quella dei Buddhisti, magari mescolata con un certo nichilismo ( tenendo conto che forse non era necessario, in fondo Nietzsche definiva il nichilismo come “Buddhismo europeo”), ma la posizione è diversa, ricordo che aveva consigliato per meditazione di stare sdraiati, una posizione macabra che ricorda quella del morto nella bara. Tra scetticismo,voglia di nulla, guerre al divino, si passa da una pagina all’altra di questo libro composto di soli aforismi.